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PROTEZIONE CATODICA E GESTIONE DELLE RETI: PER SAPERNE DI PIÙ

A cura di Ivano Magnifico, Product Manager AUTOMA
Dall’intervento “Back to the future: quando il passato è già il futuro”
SMART GRID DAYS 2025, 8 – 9 ottobre 2025.

Stiamo utilizzando come dovremmo i dati che riceviamo dai sistemi di monitoraggio della protezione catodica? Per comprenderlo, procediamo a fare un riassunto della storia, dell’attualità e del futuro del monitoraggio delle condotte, ponendo in particolare l’attenzione su ciò che diamo per scontato e ci sembra normale perché lo vediamo ogni giorno.

In questo articolo e nel prossimo ti parleremo quindi delle modalità di monitoraggio e di come è possibile ottimizzare la trasmissione dei dati.

Con questi contenuti ci rivolgiamo soprattutto ai lettori stranieri, che hanno delle gestioni diverse da quelle che abbiamo in Italia. Ma, in ogni caso, il recap può essere utile anche per noi italiani per vedere se stiamo lavorando al meglio delle nostre possibilità.

Definizione di monitoraggio remoto

La normativaUNI EN ISO 15589-1:2017 propone questa definizione di monitoraggio remoto: «Come minimo, il monitoraggio remoto deve fornire lo stesso livello di informazioni ottenute dagli operatori di protezione catodica sul campo».

Cosa vuol dire questo? Il “minimo” è una misura puntuale rilevata con la stessa frequenza con cui un tecnico può andare in campo a fare la verifica. Basarsi solo su questa norma significa però prendere la cosa un po’ troppo alla lettera: potete infatti immaginare che cosa voglia dire fare una misura puntuale ogni sei mesi, considerando tutto ciò che può accadere nel frattempo.

Nelle norme NACE non esiste una definizione di monitoraggio remoto. Tuttavia, esiste un gruppo di lavoro che ha il compito di redigere la norma MR21551 sul monitoraggio remoto. Quando questa norma verrà redatta, vedrete che c’è qualche richiamo a ciò che facciamo in Italia.

RMU vs Datalogger

Quando ci limitiamo a ciò che la norma richiede, siamo di fronte a una contrapposizione tra ciò che fa un’unità di monitoraggio remoto (RMU), che effettua una misura ogni tanto, e ciò che invece fa un datalogger, che analizza gli effetti delle interferenze con una misura ad alta frequenza.

Normalmente, ci si trova di fronte a un bivio: quale scegliere?

Se scegliamo un’unità di monitoraggio remoto ci limitiamo a misure periodiche con bassi requisiti di trasmissione, rinunciando però a un campionamento ad alta frequenza; se scegliamo un datalogger, avremo alte frequenze di campionamento, una valutazione degli effetti transitori, ma un recupero difficoltoso dei dati che di solito avviene manualmente, in quanto il dispositivo non dispone di un accesso remoto.

Andamento potenziale ON struttura

In questo grafico vengono mostrati quattro andamenti di potenziale su quattro punti misura nell’arco di sei mesi (una misura a settimana).

Monitoraggio delle condotte grafico andamenti potenziale punti misura

Queste misure sembrano appartenere a sistemi di protezione catodica diversi, in realtà tali curve derivano allo stesso identico punto misura ma sono relative a orari diversi: abbiamo la curva delle 10:00, delle 13:00, delle 20:00 e delle 21:00 (nella figura seguente a sinistra). Pertanto, questo è ciò che ottengo quando effettuo una misura puntuale con una certa periodicità. Mi perdo tutto ciò che accade nel frattempo: non riesco ad avere informazioni chiare sul reale andamento, che è quanto si può vedere nel grafico di destra.

Monitoraggio delle condotte grafico andamenti potenziale

Remote Datalogger Unit ed Edge Computing

Per ovviare a questo problema, serve uno strumento che unisca le caratteristiche di un’unità di monitoraggio remoto (RMU) e di un datalogger: una Remote Datalogger Unit. Si tratta di un dispositivo che non solo ci permette di combinare la comunicazione remota con un monitoraggio ad alta frequenza, ma che è anche intelligente, evidenziando solo gli aspetti chiave dell’informazione (infatti, ci sono dei vincoli in termini di quantità di dati che si possono inviare). L’obiettivo è ottimizzare la trasmissione.

È possibile raggiungere questo scopo attraverso l’edge computing: un modello informatico che elabora le informazioni localmente e invia al Cloud solo i dati essenziali (report giornaliero). Si tratta, dunque, di un dispositivo che, come un datalogger, può effettuare una misura al secondo nel sito dove è collocato. Con questa frequenza di misura, al termine della giornata si otterranno 86.400 misure: essendo una quantità molto elevata, è impensabile inviarle tutte, visto anche che il dispositivo funziona a batteria.

Pertanto, il dispositivo elabora tali informazioni e fornisce un riassunto, indicando:

  • Minimo, medio, massimo giornaliero: dove il valore medio è un valore consistente che deriva da una misura al secondo nell’arco della giornata, consentendo di capire il reale andamento (non come nel precedente grafico a sinistra).
  • Informazioni statistiche: moda, ovvero il valore più frequente misurato all’interno degli 86.400 campioni; deviazione standard; e variabilità, per avere un’idea di quanto varia la misura durante la giornata.
  • Tempo totale (secondi) al di sotto della soglia minima e al di sopra della soglia massima durante il giorno: per avere un range in cui considerare il segnale valido o non valido; in quest’ultimo caso, ci saranno una serie di allarmi o condizioni a cui fare attenzione.
  • Numero totale di superamenti della soglia minima durante il giorno.
  • Numero totale di superamenti della soglia massima durante il giorno.

Tutte queste informazioni, che si riassumono in set di numeri (vedi figura sotto), sono contenute in pochi kilobyte di dati al giorno ma raccontano la storia di tutto ciò che è successo nell’arco delle 24 ore, e lo faranno finché il dispositivo sarà installato.

Monitoraggio delle condotte tabella remote datalogger unit

Leggere il report giornaliero

Edge Computing

In figura, vediamo nel dettaglio alcuni valori.

Monitoraggio delle condotte report giornaliero Edge Computing

Min, avg, max

Come possiamo trasformare la registrazione di 24 ore di dati in un report giornaliero?

Innanzitutto, abbiamo le seguenti informazioni:

  • Valore minimo: il valore più negativo misurato nel corso delle 24 ore.
  • Valore medio: dato dalla media aritmetica dei campioni rilevati nel corso delle 24 ore.
  • Valore massimo: il valore più positivo misurato nel corso delle 24 ore.
Monitoraggio delle condotte Min avg max

Moda

Aritmeticamente, la moda è il valore più frequente all’interno di un insieme di campioni (86.400 secondi). Di solito, media e moda hanno valori simili, ma quando siamo in presenza di una interferenza non stazionaria, come per esempio in corrispondenza di un attraversamento ferroviario (vedi fig. sotto), la moda assume un significato molto particolare: nelle ore notturne troviamo una fascia di misura leggermente più stabile e, quasi sempre, il valore della moda coincide esattamente col valore nell’orario notturno quando il sistema non è interferito. Infatti, è più probabile che un valore si ripresenti più volte costante all’interno di quell’intervallo. Quindi, anche in una condizione in cui vi è una notevole variabilità, è possibile, da questi pochi numeri, ricavare anche l’informazione su qual è (in assenza di interferenza) il potenziale relativo a quel punto misura.

Monitoraggio delle condotte moda

Deviazione standard e variabilità

Osservando la tipologia di tracciato nella figura qui sotto a sinistra, ci aspetteremmo che la deviazione standard (o Scarto Quadratico Medio, SQM) fosse abbastanza elevata. Potrei avere misure con valori di minimo e massimo simili, ma magari dovuti a una singola interferenza che è durata pochi secondi.

Di questo ci si accorge grazie al valore della deviazione standard; infatti, tale valore dice quanto stabile è stata la mia popolazione di campioni nel corso delle 24 ore. Quindi, anche avendo valori di minimo e massimo piuttosto ampi come range, se mi rendo conto di avere uno scarto quadratico medio basso (sotto lo 0,05), so che in realtà, durante quasi tutta la giornata, il mio valore è stato vicino al valore medio.

Monitoraggio delle condotte deviazione

Tempo e numero di allarmi

Il report giornaliero ci permette anche di sapere per quanto tempo siamo stati fuori dalle condizioni di limite che abbiamo impostato.

Il tempo di fuori soglia minimo e il numero di fuori soglia minimo forniscono una panoramica di quante volte si è andati al di sotto di quel valore: nel caso illustrato nell’immagine sotto, si è raggiunto il fuori soglia minimo una volta per 1 secondo. D’altra parte, il tempo di fuori soglia massimo e il numero di fuori soglia massimo mostrano quante volte si è andati al di sopra di quel valore: nel caso sotto, si è raggiunto un tempo totale di fuori soglia massimo inferiore ai 2 minuti, in quarantacinque intervalli. Questo, tra l’altro, ci permette di avere un’idea del tempo medio di fuori protezione: in questo caso, siamo sui 2,5 secondi.

Perché è fondamentale? Perché facendo una misura continuativa, riesco a sapere tutto ciò che succede ed è sufficiente vedere questo valore per verificare se la struttura è a rischio corrosione. È chiaro che in una condizione di protezione catodica continua, piccoli intervalli fuori dai livelli di protezione non comportano un rischio di corrosione immediato: spetta al tecnico decidere e impostare l’intervallo sopra il quale è necessario essere allertati. In ogni caso, in Italia, la normativa ha stabilito un valore massimo di 3.600 secondi non continuativi.

Monitoraggio delle condotte Tempo e numero di allarmi

Secondo ChatGPT il termine “edge computing” ha iniziato ad essere conosciuto a partire dal 2014, ma è diventato di uso comune intorno al 2017. È importante notare questo per un semplice motivo: tutto ciò che abbiamo visto fin qui è quello che in Italia viene fatto dal 2001 in quanto richiesto dalla norma UNI 10950 pubblicata quell’anno.

Nella chart qui di seguito viene mostrato il primo report giornaliero ritrovato nel nostro database, che risale al 1999, a dimostrazione del fatto che sono più di 25 anni che facciamo Edge Computing “senza saperlo”.

Monitoraggio delle condotte primo report

AUTOMA progetta e produce soluzioni hardware e software innovative e Made in Italy peril monitoraggio e il controllo remoto in ambito Oil, Gas e Water.

Siamo nati nel 1987 in Italia, e oggi oltre 50.000 dispositivi Automa sono installati in più di 40 Paesi nel mondo.

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A cura di Lorenzo Maggioni.
Dall’intervento a SMART GRID DAYS 2025 (8-9 ottobre 2025), organizzato da Automa.

Il contesto europeo: sicurezza energetica e accelerazione del biometano

Negli ultimi anni il biometano ha assunto un ruolo sempre più centrale nelle strategie energetiche europee. Il rialzo dei prezzi del gas, innescato anche dalle tensioni geopolitiche tra Russia e Ucraina, ha reso evidente l’esigenza di diversificare le fonti e di ridurre la dipendenza dalle importazioni.

In questo quadro, il piano REPowerEU ha fissato un obiettivo ambizioso: portare la produzione di biometano a circa 35 miliardi di m³/anno entro il 2030. L’Italia, attraverso il proprio PNIEC, mira a 5,7 miliardi di m³/anno al 2030, puntando in modo prioritario sulla riconversione del parco biogas esistente e sullo sviluppo di nuovi impianti.

Produzione combinata biogas biometano e numero impianti in Europa
Figura 1 – Produzione combinata di biogas e biometano e numero di impianti in Europa (Fonte: EBA Statistical Report 2024).

Biogas e biometano in Europa: trend impiantistico e prospettive

Il sistema europeo parte da una base impiantistica storicamente orientata alla produzione elettrica da biogas. Per molti anni la digestione anaerobica è stata trainata da schemi incentivanti legati alla generazione elettrica, con Germania e Italia come mercati di riferimento per numerosità di impianti e maturità della filiera.

Oggi il trend è diverso: mentre il numero di nuovi impianti biogas per elettricità tende a stabilizzarsi, crescono in modo continuo gli impianti (nuovi o riconvertiti) destinati alla produzione di biometano mediante upgrading. La traiettoria attesa nei prossimi anni è quindi un progressivo spostamento della produzione dal biogas “power” al biogas “gas” (biometano), con integrazione crescente nelle reti e nei mercati finali.

Biomasse e feedstock: evoluzione delle matrici in ingresso

La composizione delle biomasse utilizzate per la digestione anaerobica è un indicatore chiave dell’evoluzione del settore. In Europa la quota predominante deriva da risorse agricole, categoria che include sia colture dedicate sia, sempre più, effluenti zootecnici e sottoprodotti agricoli e agroindustriali.

Storicamente, soprattutto nei primi anni di sviluppo, la digestione anaerobica in ambito agricolo si è basata in misura significativa su colture energetiche (es. insilato di mais), talvolta in regimi di monocultura o doppia coltura. Con il progressivo affinamento dei criteri di sostenibilità e con l’evoluzione delle politiche, il settore ha ridotto l’incidenza delle colture dedicate, aumentando l’impiego di reflui e sottoprodotti, con benefici sia ambientali sia di accettabilità territoriale.

Nel biogas elettrico, oltre alle matrici agricole, mantiene un peso rilevante il gas di discarica. Nel biometano, invece, il ruolo delle discariche è limitato (per la maggiore complessità di purificazione), mentre assume importanza crescente la FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano). In Italia esistono impianti di taglia industriale alimentati a FORSU, con produzioni dell’ordine di migliaia di m³/h.

produzione europea biogas biometano per tipologia impianto
Figura 2 – Ripartizione della produzione europea di biogas e biometano per tipologia di impianto (Fonte: EBA Statistical Report 2024).

Il ruolo degli incentivi: perché il mercato cresce a scatti

Come già avvenuto per il biogas elettrico nella fase iniziale, anche lo sviluppo del biometano è fortemente correlato alla presenza di meccanismi di supporto. I dati storici mostrano che l’aumento della produzione è avvenuto in modo più rapido nei Paesi che hanno definito schemi incentivanti stabili e bancabili.

La Germania ha avviato per prima una filiera industriale strutturata del biometano; in seguito, Danimarca, Regno Unito e Francia hanno registrato crescite significative grazie a policy nazionali dedicate. In questa fase l’Italia sta contribuendo in modo crescente, soprattutto per effetto del Decreto Ministeriale 15 settembre 2022, che ha attivato un portafoglio ampio di progetti in graduatoria.

Crescita produzione biometano in Europa
Figura 3 – Crescita della produzione di biometano in Europa per Paese (Fonte: elaborazione da studio S&P, come riportato in presentazione).

Obiettivi al 2030: PNIEC, gap di produzione e nuovi decreti

Per inquadrare le traiettorie di medio-lungo periodo è utile fare riferimento ai PNIEC nazionali, che fissano target al 2030 in termini di produzione di biogas e/o biometano. Nel caso italiano l’obiettivo è 5,7 miliardi di m³/anno.

Il DM 2 marzo 2018 ha sostenuto la produzione di biometano destinato ai trasporti (biocarburante avanzato), portando la produzione a valori prossimi a 800 milioni di m³/anno. Con il DM 15 settembre 2022 (biometano “Ter”), il contingente complessivo è pari a 257 mila Sm³/h, circa 2,1 miliardi di m³/anno, assegnato attraverso cinque procedure competitive.

Sulla base dell’avanzamento autorizzativo e realizzativo dei progetti, è realistico attendersi una produzione a regime nell’ordine di 1,6-1,8 miliardi di m³/anno per questo decreto. Ne deriva un gap rispetto al target PNIEC, che rende plausibile l’introduzione di un ulteriore provvedimento (spesso indicato come “biometano Quater”) per sostenere la crescita nel secondo tratto del decennio.

Target biometano PNIEC europei potenziali di produzione 2030
Figura 4 – Target di biometano nei PNIEC europei e potenziali di produzione al 2030 (Fonte: tabella da presentazione, basata su dati NECP).

Accesso alle reti gas: principi europei e criticità operative

L’iniezione del biometano in rete rappresenta il passaggio chiave per scalare il settore, ma richiede regole chiare e procedure efficienti. Il nuovo quadro europeo per i mercati del gas decarbonizzato (Direttiva (UE) 2024/1788 e Regolamento (UE) 2024/1789) rafforza i principi di accesso non discriminatorio e trasparente alle infrastrutture.

In pratica, i gestori di rete sono tenuti a gestire le richieste di connessione secondo criteri tecnici ed economici definiti e pubblici. Eventuali dinieghi o limitazioni devono essere motivati – tipicamente – da vincoli di sicurezza dell’infrastruttura o da considerazioni di efficienza economica, in un perimetro soggetto alla vigilanza dell’Autorità Nazionale di Regolazione (NRA), che può intervenire in caso di controversie.

Permane tuttavia un elemento di frammentazione: i requisiti di qualità del gas per l’immissione non sono ancora pienamente armonizzati a livello europeo. Le differenze tra Paesi su parametri come ossigeno, CO2, zolfo o odorizzazione incidono sulla progettazione dell’upgrading, sui costi e, in alcuni casi, sulla replicabilità di soluzioni standard.

Processo connessione alla rete progetti biometano fasi e principi
Figura 5 – Processo di connessione alla rete per progetti di biometano: fasi e principi (Fonte: EBA, 2024).

Qualità del gas: variabilità dei limiti nazionali

Le tabelle seguenti evidenziano le differenze tra specifiche nazionali di qualità del gas in diversi Paesi europei. Per l’operatore, questi scostamenti si traducono in requisiti progettuali diversi (ad esempio sul controllo dell’ossigeno e sulla gestione dei composti solforati), con impatti su CAPEX, OPEX e affidabilità operativa.

Esempi requisiti di qualità immissione in rete Paesi europei
Figura 6 – Esempi di requisiti di qualità per l’immissione in rete in alcuni Paesi europei (Fonte: Marcogaz, 2023).

Il caso Italia: base installata, transizione e pilastri normativi

L’Italia è il secondo mercato europeo per biogas, con circa 2.000 impianti elettrici e una potenza installata intorno a 1.350 MW. Parallelamente, sono operativi circa 150 impianti di biometano, con una produzione prossima agli 800 milioni di m³/anno (perimetro DM 2018).

Un nodo strategico è legato al ciclo di vita degli incentivi storici: oltre 1.100 impianti elettrici realizzati con tariffe particolarmente favorevoli (es. 0,28 EUR/kWh, con durata 15 anni ed entrata in produzione nel periodo 2009-2012) arriveranno a fine incentivo nel 2027. Senza strumenti di transizione, una quota rilevante di impianti rischia di uscire dal mercato.

In questo contesto, il legislatore ha scelto di orientare la filiera verso la produzione di biometano, introducendo due decreti cardine (DM 2/3/2018 e DM 15/9/2022) e completandoli con ulteriori provvedimenti e norme tecniche. In particolare, oggi il settore si fonda su tre pilastri: DM 15/09/2022 (incentivi), DM 224/2023 (Garanzie di Origine) e D.L. 63/2024 (strumenti contrattuali e integrazione con domanda industriale).

pilastri normativi biometano in Italia incentivi GO strumenti contrattuali
Figura 7 – I tre pilastri normativi del biometano in Italia: incentivi, GO e strumenti contrattuali.

Il DM 15/09/2022: incentivi, procedure competitive e PNRR

Il DM 15/09/2022 prevede due modalità di incentivazione: tariffa onnicomprensiva e tariffa premio, a seconda della configurazione di vendita/ritiro. L’accesso avviene tramite procedure competitive (aste) e il contingente complessivo assegnabile è pari a 257 mila Sm³/h, equivalente a circa 2,1 miliardi di m³/anno.

Un elemento di forte attrattività è l’incentivo in conto capitale del PNRR, fino al 40% del costo di investimento entro i massimali previsti. Inoltre, il decreto estende la destinazione d’uso del biometano anche a impieghi diversi dai trasporti, aprendo in modo più strutturato il mercato industriale.

Nelle procedure competitive 3-5, la tariffa di riferimento è 124,48 EUR/MWh (valore indicato dal decreto e dalle procedure applicative). Il risultato è un portafoglio di 554 progetti in graduatoria, che ha impegnato circa il 90% del contingente disponibile.

Sintesi progetti graduatoria numerosità capacità tipologie distribuzione territoriale
Figura 8 – Sintesi dei progetti in graduatoria (DM 15/09/2022): numerosità, capacità, tipologie e distribuzione territoriale.

GO e domanda industriale: DM 224/2023 e D.L. 63/2024, art. 5-bis

Il DM 224/2023 disciplina l’emissione delle Garanzie di Origine (GO) per il biometano. La GO è un certificato elettronico che attesta l’origine rinnovabile della produzione: in assenza di GO, il gas immesso in rete è indistinguibile – sul piano delle “claims” – dal gas fossile.

Il D.L. 63/2024 (cd. “Decreto Agricoltura”), all’articolo 5-bis, introduce la possibilità di accordi bilaterali tra produttori di biometano agricolo e industrie hard-to-abate. In tale configurazione, la GO può essere trasferita al consumatore finale, con potenziali applicazioni nel perimetro ETS come strumento di decarbonizzazione e, di fatto, di competitività industriale. Nella pratica, parte del beneficio economico può essere condiviso lungo la filiera, contribuendo alla bancabilità dei progetti.

Norme tecniche UNI: qualità del gas e criteri di sostenibilità

Sul piano tecnico, la UNI/TS 11537:2024 definisce requisiti e modalità di verifica per la qualità del biometano destinato all’immissione in rete. La UNI/TS 11567:2024, invece, dettaglia i criteri e le modalità di calcolo della sostenibilità, con particolare attenzione alla riduzione delle emissioni climalteranti (GHG) lungo l’intera filiera.

Ai fini dell’accesso agli incentivi, il biometano deve dimostrare una riduzione delle emissioni rispetto ai benchmark: per i trasporti il riferimento è 94 gCO₂eq/MJ con riduzione minima del 65%; per altri usi finali il riferimento è 80 gCO₂eq/MJ con riduzione minima dell’80%.

Confronto specifiche nazionali qualità gas in Europa
Figura 9 – Confronto tra specifiche nazionali di qualità del gas in Europa (Fonte: Marcogaz, 2023).

Conclusioni: una filiera in accelerazione

Il quadro regolatorio europeo (RED III e Gas Package) e l’evoluzione degli strumenti nazionali stanno rendendo più definito il contesto di crescita di biogas e biometano. In Italia, l’ampia base di impianti biogas elettrici costituisce un’opportunità unica per accelerare la riconversione verso il biometano e contribuire in modo sostanziale ai target PNIEC ed europei.

La combinazione di incentivi (DM 15/09/2022), strumenti di tracciabilità e valorizzazione (GO) e nuovi modelli contrattuali con la domanda industriale apre prospettive concrete di sviluppo. A questo si affiancano effetti economici e occupazionali, con un incremento atteso dei green jobs lungo tutta la catena del valore: impianti, filiere agricole, servizi, engineering e industria tecnologica.

Evoluzione decreti target 2030
Figura 10 – Evoluzione dei decreti e target al 2030 (fonte: slide di sintesi da presentazione).

A cura di Tommaso Russo, Area Product Manager della Divisione Commerciale AUTOMA
Dall’intervento ”Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano”
SMART GRID DAYS 2025, 8 – 9 ottobre 2025.

Monitorare e ridurre le emissioni in modo efficiente è un bisogno impellente non solo dal punto di vista ambientale ma anche normativo.

Il Regolamento (UE) 2024/1787 ha segnato un punto di svolta per il settore dell’energia. Per la prima volta, la riduzione delle emissioni di metano diventa un obbligo strutturato, con scadenze precise e requisiti che interessano l’intera filiera del gas: trasporto, distribuzione, stoccaggio e rigassificazione.

Il quadro normativo, però, si sta sviluppando in un contesto complesso. Le tempistiche sono ravvicinate, gli adempimenti crescenti e non tutti gli strumenti tecnici a supporto del Regolamento sono ancora pienamente disponibili. Gli operatori si trovano così nella condizione di dover prendere decisioni operative e di investimento in uno scenario in evoluzione, dove l’incertezza normativa si somma alle difficoltà pratiche di misurare, quantificare e ridurre le emissioni in modo efficace.

È proprio in questo contesto che emerge un’esigenza chiave: disporre di soluzioni che permettano di passare da stime teoriche e campagne sporadiche a un controllo continuo, affidabile e utilizzabile anche in ottica di conformità futura.

Dalla rilevazione alla gestione delle emissioni: i limiti degli approcci tradizionali

Oggi la ricerca delle perdite di metano si basa prevalentemente su campagne LDAR effettuate con OGI cameras e rilevatori portatili FID. Strumenti fondamentali, ma che presentano limiti strutturali.

In primo luogo, la frequenza delle rilevazioni è limitata: il programma LDARLeak Detection And Repair ha frequenze trimestrali o addirittura semestrali, e le perdite potrebbero verificarsi durante tali intervalli. 

Un altro limite importante è il bias umano: l’operatore potrebbe commettere errori durante la rilevazione delle perdite o non individuarle tutte. Ultimo, ma non per importanza, anche l’accessibilità dei componenti può rappresentare un problema: spesso le cabine presentano delle configurazioni piuttosto complesse e, pertanto, le componenti ad alto tasso di perdita potrebbero non essere rilevate.

Anche la quantificazione delle emissioni, spesso basata su fattori di emissione generici e inventari non sempre aggiornati, restituisce un quadro approssimativo, che tende a sottostimare le perdite reali. Questo approccio può risultare sempre meno adeguato alla luce dei nuovi requisiti normativi, che richiedono dati più rappresentativi e verificabili.

Sul fronte della riduzione, le soluzioni disponibili impongono spesso compromessi operativi: sostituzione dei componenti con impatti sulla continuità del servizio, riduzione della pressione di esercizio con il rischio di non soddisfare la domanda di rete, oppure interventi difficili o impossibili su perdite non accessibili. In assenza di componenti a perdita zero, diventa evidente che il problema non può essere affrontato con un’unica leva.

MethanEye: monitorare e quantificare per decidere meglio

MethanEye nasce con un obiettivo preciso: fornire agli operatori uno strumento affidabile per il monitoraggio continuo e la quantificazione delle emissioni di metano, trasformando un obbligo normativo in un’opportunità di controllo e ottimizzazione.

Il dispositivo integra un sensore di CH₄ in grado di rilevare le concentrazioni in ppm e di convertirle in emissioni espresse in kg/anno, in linea con i requisiti normativi. Grazie al design compatto e all’installazione in zona ATEX 0 (metano e idrogeno), MethanEye può essere posizionato direttamente in prossimità della fonte, intercettando anche le perdite difficilmente accessibili.

L’alimentazione flessibile – da rete, pannello solare o batteria – consente installazioni anche in contesti remoti, garantendo un monitoraggio quasi continuo (campionamento ogni 30 secondi) o configurabile in funzione delle esigenze operative e della durata richiesta. Il risultato è un flusso dati costante, che riduce l’incertezza e supporta decisioni basate su evidenze reali, non su stime.

MethanEye può integrarsi facilmente con PLC, G5P Automa e sistemi SCADA esistenti, oppure operare in modalità stand-alone grazie al modem integrato. Questa flessibilità lo rende adatto sia a nuove installazioni sia all’adeguamento di impianti esistenti.

Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano methaneye
Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano methaneye (1)

Ridurre le emissioni senza compromettere la rete: GOLEM-ZERO

Misurare e quantificare è fondamentale, ma non sufficiente. La riduzione delle emissioni passa anche da una gestione più intelligente delle condizioni operative. GOLEM-ZERO nasce proprio per rispondere a questa esigenza.

Si tratta di uno smart regulator in grado di regolare dinamicamente la pressione di rete sulla base delle reali condizioni di domanda, evitando fenomeni di sovrappressione che contribuiscono all’aumento delle perdite. Installabile in modalità Plug&Play, senza quindi necessità di interrompere il servizio, il sistema è applicabile a qualsiasi modello di regolatore e può essere facilmente integrato nelle cabine RE.MI. e GRF esistenti grazie ad adattatori progettati su misura. Inoltre, GOLEM-ZERO opera in modo autonomo grazie a un sistema di intelligenza integrata, riducendo la necessità di interventi manuali.

Ridurre le sovrappressioni senza compromettere il servizio

Il principio di funzionamento di GOLEM-ZERO si basa su una regolazione a fasce di portata. Il sistema suddivide il campo di esercizio della rete in diverse fasce operative, a ciascuna delle quali è associata una pressione target ottimizzata in funzione della domanda.

Le fasce sono progettate in modo parzialmente sovrapposto, così da evitare oscillazioni continue della pressione al variare della portata. La pressione target viene modificata solo quando la portata esce dalla fascia operativa di riferimento, garantendo stabilità di esercizio e continuità del servizio.

Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano golem zero

Questa logica consente a GOLEM-ZERO di adattarsi automaticamente alle diverse condizioni operative – giornaliere, settimanali e stagionali – evitando inutili fenomeni di sovrappressione. I benefici si riflettono anche sul fronte ambientale: studi basati su modelli del GERG – European Gas Research Group mostrano riduzioni delle emissioni fino al 12,5% nel periodo invernale e fino al 14,5% in quello estivo.

Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano golem zero inverno
Una soluzione per la quantificazione e la riduzione delle emissioni di metano golem zero inverno

Una risposta concreta a un problema reale

La sinergia tra MethanEye e GOLEM-ZERO rappresenta una risposta concreta alle sfide poste dal Regolamento UE 2024/1787. Non solo consente di monitorare, quantificare e ridurre le emissioni di metano, ma offre agli operatori uno strumento per affrontare con maggiore consapevolezza un contesto normativo in evoluzione, riducendo il rischio operativo e supportando la conformità futura.

 

A cura di Cristiano Fiameni, Direttore Tecnico Comitato Italiano Gas
Dall’intervento “Methane emissions: l’evoluzione della normativa”
SMART GRID DAYS 2025, 8 – 9 ottobre 2025.

Quello delle methane emissions è un tema che non possiamo esimerci dal trattare, dal momento che è stato pubblicato il Regolamento UE 2024/1787 sulla riduzione delle emissioni di metano nel settore dell’energia. Vedremo, quindi, le linee sulle quali si è sviluppata l’attività durante il 2025 e le prospettive che possiamo intravedere nella fase applicativa di questo Regolamento, che è particolarmente complesso.

Le criticità operative del Regolamento sulle Methane Emissions

Il Regolamento è stato pubblicato a luglio del 2024 ed è entrato in vigore il 4 agosto dello stesso anno. È importante sottolineare questa data, perché da quel momento ha avuto origine una serie di scadenze di rilievo.

Questo provvedimento ha la particolarità di essere veramente molto invasivo. Infatti, non solo fissa gli obiettivi ma traccia anche il percorso, lasciando poco spazio al settore tecnico e provocando difficoltà dal punto di vista operativo, in quanto presenta forti limitazioni sulle modalità che, inevitabilmente, si scontrano con le necessità pratiche degli operatori.

Come già detto, il principale obiettivo dell’introduzione del Regolamento è ridurre le emissioni; a tal fine, queste vanno ricercate, trovate, quantificate, verificate e riparate. Questo si applica a tutta la filiera del gas: trasporto, distribuzione, stoccaggio e rigassificazione.

Da una parte, il fatto di coprire l’intera filiera è positivo. Ma dall’altra, essendo quest’ultima molto diversificata, gli strumenti da utilizzare dovrebbero essere adeguati a ciascuna porzione di filiera. Nella realtà dei fatti, però, il Regolamento è a taglia unica, e dispone un unico modo di operare a prescindere che si debba intervenire su un impianto di rigassificazione o su una rete urbana distribuita in una città di milioni di abitanti. I requisiti e le modalità di intervento richieste sono quindi le medesime, ed è questo il nodo dal quale emergono le criticità applicative del Regolamento 2024/1787.

Gli adempimenti del Regolamento

Dall’entrata in vigore del provvedimento sulle Methane Emissions ci sono diversi adempimenti: alcuni sono a carico degli Stati membri, mentre altri sono a carico degli operatori o della Commissione.

Riguardo agli Stati membri, diversi Paesi europei non hanno ancora concluso l’attività di nomina dell’autorità competente. L’Italia, d’altra parte, ha già presentato un DDL e ha messo a disposizione delle e-mail ufficiali da parte del MASE – Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, a cui gli operatori possono fare riferimento per le comunicazioni.

Anche gli operatori coinvolti, come detto, hanno alcuni adempimenti: ad agosto 2025, per esempio, dovevano presentare il primo report sulla ricerca delle fughe (LDAR) sull’anno precedente, e dovevano anche quantificare le emissioni, utilizzando dei fattori di emissione generici. Ciò significa che si potevano fare anche valutazioni più precise, ma il minimo richiesto era l’utilizzo di valori di letteratura dei fattori di emissione applicati ai propri asset.

Il Ministero ha comunicato che gran parte degli operatori è stato in grado di adempiere a tale obbligo. I problemi ci saranno però nei prossimi mesi, perché a partire da febbraio 2026 gli operatori dovranno presentare un’altra relazione utilizzando dei fattori di emissione specifici per il loro asset. Ciò richiede da parte degli operatori di eseguire un’importante attività di valutazione dei propri asset, e di come riportare questi dati a fattori che abbiano una collocazione realistica nel proprio sistema. Tutto questo non è semplice quindi ci saranno delle difficoltà.

Nel 2027, invece, gli operatori dovranno presentare una relazione riportando sia la quantificazione delle emissioni sui propri asset, sia la verifica tra le misure eseguite a terra e i riscontri in atmosfera, ovvero la riconciliazione. Una sfida piuttosto ambiziosa per il settore, dal momento che il Regolamento ha presentato i requisiti senza che fossero ancora disponili tutti gli strumenti.

Le norme tecniche a supporto

Un’altra questione da tenere in considerazione è rappresentata dagli strumenti, cioè le norme tecniche a supporto del provvedimento. Il Regolamento, infatti, non solo prevede che ci siano appunto delle norme tecniche a supporto di questa attività, ma prevede anche che tali norme possano essere riconosciute dalla Commissione Europea come strumenti attuativi. L’organismo che redige le norme è il CEN-Comitato Europeo di Normazione, a cui partecipano vari Paesi europei, tra cui l’Italia.

Esistono però degli aspetti critici in questo percorso. Il primo aspetto è che per redigere le norme serve una richiesta specifica da parte della Commissione (standardization request). Questa richiesta è stata presentata nel 2024 e c’è voluto diverso tempo per arrivare a una conclusione. Le ultime notizie ci dicono che la fase tecnica di confronto tra la Commissione e il CEN si è conclusa, e che si arriverà a breve alla firma del contratto. Dato che il contratto prevede tre anni per redigere le norme, le potremmo avere entro la fine del 2028. Pertanto, siamo di fronte a un’asimmetria: i requisiti più stringenti si applicano a partire dal 2027 mentre le norme ci saranno forse all’inizio del 2028. Questo rappresenta un primo problema.

Il secondo problema è che il Regolamento si è preso in carico gli onori e gli oneri di determinare in modo preciso anche requisiti di tipo tecnico e questo è diventato un elemento bloccante. Infatti, il Regolamento prevede che la Commissione pubblichi un atto delegato in cui sono indicati gli MDL (Minimum Detection Limit) sulle tecnologie e che dia indicazioni anche sui limiti per operare la prelocalizzazione. Il punto è che questi valori non sono ancora stati definiti.

Nel 2025 è uscito un primo documento di consultazione per gli stakeholder che avrebbe dovuto essere la base per produrne un successivo. La scadenza era il 5 agosto del 2025, ma non è stata rispettata. Pertanto, siamo di fronte a una doppia criticità: la prima è relativa a norme tecniche non disponibili a causa dei ritardi nell’emissione dei documenti previsti da parte della Commissione; la seconda riguarda l’aspetto pratico legato agli operatori. Questi ultimi, infatti, hanno degli obblighi che non possono rimandare, e per ottemperare a tali obblighi devono svolgere delle attività in campo che richiedono investimenti su tecnologie e strumentazioni.

Bisogna quindi considerare che vi sono anche investimenti fatti “al buio”, sperando che le best practice industriali vengano considerate in questo atto delegato e che di conseguenza tali investimenti vengano riconosciuti come validi. Purtroppo, è un momento di grande incertezza.

L’attività svolta fino a qui e i prossimi passi attesi

Cosa abbiamo fatto nel frattempo? CIG, attraverso gli esperti che i soci hanno messo a disposizione, ha partecipato ai lavori e ha fornito il proprio contributo portando la posizione italiana ai tavoli europei.

A livello europeo è da segnalare il contributo di Marcogaz, l’associazione internazionale no profit che rappresenta l’industria del gas europea. che ha prodotto delle linee guida applicative del Regolamento. Queste linee guida forniscono indicazioni sugli aspetti principali e introducono due elementi utili per gli operatori. In primo luogo, vengono forniti dei diagrammi esemplificativi del processo da seguire in conformità con il Regolamento; oltre a questo, viene introdotto un capitolo sul tema dei costi-benefici dell’attività che viene svolta: l’attività di riparazione della fuga non deve causare un danno ambientale superiore a quello provocato dalla fuga stessa.

Questo primo documento fornisce alcune indicazioni di massima che ci permettono di ipotizzare che questo concetto sarà ripreso nella richiesta di standardizzazione che la Commissione presenterà al CEN. Se così sarà, il CEN potrà sviluppare un capitolo dedicato alle indicazioni per gli operatori sui casi in cui “il gioco non vale la candela”. Soprattutto per chi opera nel settore della distribuzione, avere indicazioni del genere è molto importante perché i numeri in gioco sono davvero rilevanti.

Marcogaz nel 2024 ha pubblicato delle linee guida sulla parte del Venting & Flaring e ha commentato in maniera puntuale il primo documento di consultazione sui limiti proposti dalla Commissione che, in alcuni casi, erano considerati poco realistici per alcuni tipi di applicazione. Infatti, ci sono sia tecnologie consolidate sia tecnologie moderne, ma bisogna fare in modo che non ci sia un unico modo di operare: è necessario adottare un approccio neutrale al fine di ottenere il risultato voluto.

In vista della richiesta della Commissione, il CEN ha deciso di non pubblicare la bozza di progetto sul MRV (Monitoring, Reporting, Verification), iniziata nel 2022, ma di utilizzarla come base tecnica per sviluppare le norme in corso. Il comitato tecnico europeo CEN/TC 234 sta sviluppando, in parallelo, tre norme a supporto dell’attuazione del Regolamento:

  • La prima è sulla quantificazione delle fughe e la reportistica associata – MRV (art. 12).
  • La seconda è sulla LDAR, Leak Detection and Repair (art.14).
  • La terza è sul Venting & Flaring (art. 15, art. 16).

Quindi il CEN ha già predisposto delle bozze che, per poter essere sviluppate e inviate in inchiesta pubblica, necessitano dei due documenti che abbiamo citato nei paragrafi precedenti: la richiesta di standardizzazione e l’atto delegato.

Infine, in ambito CIG si è lavorato per la redazione di una linea guida nazionale che, nel rispetto dei requisiti di legge, conduca all’applicazione pratica del Regolamento per il settore della distribuzione, cercando di “tenere insieme” gli obblighi del provvedimento con le prescrizioni di ARERA – Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente.

L’attività si è conclusa a novembre 2025 ed è stata presentata in via preliminare al MASE.

Il Comitato Italiano Gas, costituito nel 1953, ha la finalità di migliorare la sicurezza e l’efficienza nell’uso dei gas combustibili. Nel 1960 è entrato a far parte dell’UNI, l’ente nazionale italiano di normazione, diventando così l’organo ufficiale italiano per l’unificazione normativa nel settore dei gas combustibili.

In quanto associazione che comprende membri istituzionali e non, il CIG copre con i suoi soci tutta la filiera, dall’import di gas fino a trasporto, distribuzione, stoccaggio, utilizzo, apparecchiature, dispositivi e installazioni.

L’upgrading del biogas in biometano è un processo tecnologico che converte il biogas prodotto da fonti rinnovabili, come il letame di bestiame o la biomassa agricola, in biometano, adatto all’immissione nella rete di distribuzione del gas naturale.

È un processo di purificazione complesso, che mira ad aumentare la qualità del biogas rimuovendo le impurità e la CO₂ in esso presenti. Il metano risultante viene quindi raccolto, compresso e denominato biometano.

Il biometano generato attraverso il processo di upgrading è chimicamente paragonabile al gas naturale e può essere immesso nelle infrastrutture esistenti e utilizzato insieme ad altre fonti per soddisfare la domanda di energia.

Al momento, la produzione di biogas e la sua conversione in biometano risultano ancora molto inferiori rispetto alla capacità di immissione delle cabine RE.MI.

Inoltre, questa quantità è variabile a seconda delle circostanze che caratterizzano sia i processi di produzione che quelli di conversione.

Attualmente il gestore della distribuzione del gas è tenuto a garantire la priorità di immissione al produttore di biometano. Pertanto, il sistema deve sempre immettere biometano in rete quando dispone di biometano idoneo all’immissione, che ha la precedenza rispetto agli altri impianti di gas naturale collegati alla stessa rete.

Ci sono però degli scenari diversi che possono verificarsi nel corso del processo di immissione. Cosa può avvenire?

Gli scenari possibili nell’immissione di biometano

Quando viene prodotto biogas e l’impianto di upgrading mantiene una fornitura regolare di biometano sia in quantità che in qualità, idealmente non ci sono ostacoli al normale funzionamento del sistema di iniezione.

Ma possono emergere anche delle situazioni che comportano delle criticità, come ad esempio:

  • La pressione misurata all’ingresso del regolatore tende ad aumentare progressivamente a causa dell’aumento della produzione di biometano nel sistema di upgrading. In questo caso il rischio è che si verifichi un fenomeno di sovrappressione.
  • La portata del sistema di upgrading è superiore alla portata massima ammissibile di biometano, ovvero il produttore immette più biometano di quanto concordato contrattualmente con il distributore del gas. Tale condizione non comporta normalmente rischi per la sicurezza dell’impianto, ma ha conseguenze economiche per il produttore che incorre in sanzioni o penali previste dal contratto per il superamento dei limiti di immissione.
  • Il biometano proveniente dal sistema di upgrading non dispone di una pressione sufficiente per superare la pressione della rete, che in questo caso è elevata a causa di una ridotta domanda o di una condizione di contropressione. Anche se la produzione è regolare, la pressione di rete ostacola l’iniezione, portando al possibile arresto del sistema.
  • La pressione di rete subisce un aumento temporaneo a causa della diminuzione del consumo . In queste condizioni, la pressione di rete potrebbe raggiungere il setpoint del regolatore causando quindi il blocco dell’iniezione.
  • Il biometano proveniente dal sistema di upgrading non soddisfa i parametri di qualità richiesti. Si ha quindi un problema a livello di sistemi/ apparecchiature (allarmi di sicurezza, allarmi di prevenzione, guasti, interruzione di corrente) che costringe l’impianto a fermarsi.

La soluzione AUTOMA per superare gli scenari critici

Per evitare i problemi connessi ai possibili scenari critici che abbiamo appena visto, in AUTOMA abbiamo progettato e realizzato un sistema in grado di ottimizzare l’immissione di biometano nella rete del gas naturale e di garantire la priorità di immissione al produttore, indipendentemente dalle oscillazioni orarie di produzione, portata, pressione e domanda in rete.

Si tratta del sistema di regolazione dinamica GOLEM-ZERO, che combina l’elettronica avanzata con un attuatore elettromeccanico. GOLEM-ZERO muove la vite di regolazione di un regolatore di pressione pneumatico standard, trasformandolo in un regolatore intelligente.

La tecnologia GOLEM è basata su un servomeccanismo ad accoppiamento meccanico che interagisce direttamente con i piloti dei regolatori di pressione, supportata da un sistema elettronico avanzato. Grazie all’intelligenza incorporata nel sistema, GOLEM-ZERO può funzionare in modalità autonoma e regolare dinamicamente in base alle effettive condizioni al contorno, riducendo di conseguenza la necessità di interventi manuali in sito. Il sistema è applicabile a qualsiasi modello di regolatore e può essere facilmente integrato nelle cabine (RE.MI.) esistenti grazie ad adattatori progettati su misura.

L’alimentazione può avvenire tramite rete elettrica, ma anche tramite un impianto fotovoltaico. In aggiunta ai controlli di sicurezza a livello logico, durante la fase di sviluppo, sia in laboratorio che sul campo, sono stati implementati sistemi di sicurezza meccanici ed elettromeccanici per evitare problemi con possibili fermi della vite di regolazione del pilota e in generale con le logiche implementate.

Il sistema è gestito manualmente e da remoto tramite qualsiasi software SCADA o WebPressure (una suite sviluppata da AUTOMA appositamente per il settore), funziona in modalità completamente automatica, agendo dinamicamente sul set-point del regolatore in base a logiche predefinite. Il sistema GOLEM-ZERO comunica in locale con il GOLIAH5P (G5P), ovvero una RTU AUTOMA, o con qualsiasi PLC/RTU tramite protocollo Modbus su porta RS485.

Grazie a GOLEM-ZERO la gestione dell’iniezione di biometano avviene in tempo reale, da remoto e in maniera automatizzata. Il sistema ottimizza le attività operative di ogni giorno, garantendo al contempo una prospettiva di successo a lungo termine per l’impianto.

In presenza di una domanda di gas da parte della rete, i tempi di fermo in cui non si riesce a iniettare biometano a causa di fluttuazioni lato produzione sono normalmente circa il 10 – 12% delle ore annue. Grazie a GOLEM-ZERO, queste interruzioni diminuiscono del 70 – 80%, permettendo di iniettare fino al 6 – 8% di biometano in più nel corso dell’anno.

Inoltre, gli interventi in campo per il bilanciamento, non pianificati ma necessari per garantire la priorità di iniezione, diminuiscono fino al 35%, il che si traduce in minori costi operativi.

AUTOMA progetta e produce soluzioni hardware e software innovative e Made in Italy peril monitoraggio e il controllo remoto in ambito Oil, Gas e Water.

Siamo nati nel 1987 in Italia, e oggi oltre 50.000 dispositivi Automa sono installati in più di 40 Paesi nel mondo.

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Dall’intervento “L’evoluzione della rete di distribuzione”
SMART GRID DAYS 2024, 18 – 19 Settembre 2024.

Centria è un distributore cittadino che opera in 16 province prevalentemente toscane, ma con qualche escursione in Puglia e in Umbria, e ha delle collaborazioni con altre società nel Grossetano. Ha circa 6.000 km di gasdotti, gestiti prevalentemente in media e bassa pressione, e oltre 400.000 clienti.

Da sempre Centria si chiede se sia possibile dare un contributo alla decarbonizzazione. Oggi anche la protezione catodica si pone questo quesito. Il distributore vorrebbe rendere il suo lavoro più efficiente ed evoluto, nonostante offra un servizio energivoro.

In questo caso, la tecnologia viene in aiuto: i case study che presentiamo sono due esempi di interventi eseguiti sulla protezione catodica di due impianti di distribuzione cittadina a corrente impressa. In entrambi i casi è stato installato un dispositivo G-POWER di AUTOMA in sostituzione dell’alimentatore precedentemente in funzione: nel primo caso, G-POWER ha sostituito l’unico alimentatore del sistema, mentre nel secondo ha sostituito uno dei due alimentatori.

Caso 1: La situazione di partenza e la soluzione AUTOMA

Il sistema si trova nel comune di Montale, nella provincia di Pistoia. È dotato di 13 km di tubazioni, di cui circa il 50% di media pressione e il 50% di bassa pressione, e di un solo alimentatore di protezione catodica, funzionante a potenziale costante, con corrente di base.

La regolazione è stata fatta con il potenziale Eon perché era l’unico modo in cui quell’alimentatore poteva funzionare, ovvero con un potenziale di -2,8 V corrispondente a circa un Eoff di -1,1 V. La corrente di base era 1,30 A che doveva costantemente erogare anche in condizioni di potenziale inferiore a quello richiesto. La corrente erogata variava molto perché è un sistema molto interferito. La variazione andava da 7 A a 12 A, con un valore medio di circa 10,5 A.

L’estensione chilometrica del sistema è abbastanza elevata, quindi si parte da una zona abbastanza pianeggiante e si arriva sulle prime colline. Come si vede dalla prima immagine, le tubazioni sono abbastanza distribuite. Mentre nella seconda immagine si vedono le dislocazioni dei punti di misura caratteristici e telesorvegliati.

Verso l'efficienza e l'automazione intelligente nella protezione catodica case study pistoia centria automa territorio

Dai dati del telecontrollo prima della sostituzione dell’alimentatore si vede effettivamente che la corrente ha dei valori compresi fra 7 e 12 A, con un valore medio intorno ai 10 A.

Abbiamo rimosso l’alimentatore precedentemente in funzione e lo abbiamo sostituito con G-POWER di AUTOMA. Dopo averlo acceso, abbiamo reimpostato i parametri che venivano utilizzati con l’alimentatore precedente, vale a dire regolazione a potenziale costante con un valore di Eon di -2,8 V. Abbiamo scelto di utilizzare G-POWER con la stessa impostazione dell’alimentatore precedente per verificare se c’erano delle differenze di funzionamento a parità di condizioni. Nella tabella potete vedere i nuovi dati restituiti.

Verso l'efficienza e l'automazione intelligente nella protezione catodica case study pistoia centria automa tabella

Quindi non abbiamo variato né il sistema di regolazione né tantomeno l’impianto o i suoi elementi al contorno. Già dalla prima accensione abbiamo avuto una sorpresa abbastanza inattesa: la corrente si è ridotta di quasi il 25%, passando da un valore di 8 A medi a poco più di 6 A.

Ci siamo chiesti perché e con AUTOMA abbiamo fatto un po’ di analisi su queste misure. Premetto che il lasso di tempo che abbiamo avuto per analisi è stato breve: gli alimentatori sono stati messi in funzione nel mese di luglio-agosto 2024, e quelli che vedete sono dei dati preliminari a circa due mesi dall’avvio del sistema, a settembre 2024. Però queste verifiche ci fanno sperare di aver intrapreso perlomeno la giusta strada.

Verso l'efficienza e l'automazione intelligente nella protezione catodica case study pistoia centria automa grafico

Perché c’è stata questa riduzione di corrente? Andando a vedere le misure abbiamo notato che l’unica cosa che è veramente cambiata nei dati provenienti dal telecontrollo è lo scarto quadratico medio sul valore regolato. La differenza è importante: siamo passati da 0,2 a 0,02. Questa variazione indica che la regolazione è molto più stabile nel tempo, cosa che si traduce in una minore variazione della corrente erogata e quindi in una corrente più stabile e inferiore a quella che era inizialmente.

Caso 2: La situazione di partenza e la soluzione AUTOMA

Il secondo sistema di cui parliamo è nel comune di Sesto Fiorentino, dove Centria ha due alimentatori. Di questi, solo uno è stato sostituito nel corso di questa prova perché volevamo vedere l’interazione di G-POWER con altri alimentatori.

Tutti e due gli alimentatori di partenza funzionavano con potenziale costante ed erano entrambi regolati a -2 V di potenziale Eon, corrispondente a -1,1 V circa di potenziale Eoff. La corrente totale era 13 A, suddivisa più o meno equamente sui due alimentatori.

Abbiamo circa 11 km di rete prevalentemente di media pressione, quindi avevamo delle reti in quarta specie e delle reti in sesta specie (0,5 bar e 5 bar) nel centro cittadino di Sesto Fiorentino, che è una zona molto interferita e con la presenza di una ferrovia.

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Solo l’alimentatore che è stato sostituito è stato impostato per far funzionare la regolazione sul potenziale Eoff. Abbiamo fatto diverse prove e abbiamo poi deciso di regolare il potenziale Eoff non più sul -1,1 V (come era impostato sugli alimentatori precedenti) ma a -0,95 V.

A questo punto, il secondo alimentatore è stato spento perché G-POWER era più che sufficiente per proteggere tutta la struttura collegata. Prima i due alimentatori si dividevano il carico della corrente (circa 6 A/6,5 A ciascuno), invece con l’introduzione del G-POWER di AUTOMA uno dei due era completamente fermo, mentre l’altro erogava circa la metà della corrente che in precedenza veniva erogata in totale da due alimentatori.

La riduzione della corrente in questo caso è stata notevole, del 50%, sia per la stabilità di regolazione dell’alimentatore e sia per l’abbassamento del potenziale Eoff. Per un’azienda in possesso della certificazione ambientale arrivare a questi risultati è traguardo importante.

Facciamo un cenno alla semplicità di installazione del dispositivo AUTOMA. G-POWER ha incorporato al suo interno anche il data logger, e quindi tutte le sue funzionalità: interruttore ciclico, telecontrolli, sistema di trasmissione. È sufficiente portarlo in loco e attaccare alcuni cavi per renderlo subito operativo, mentre per gli alimentatori precedenti è stato necessario fare un cablaggio che magari in alcuni casi richiedeva mezza giornata per collegare tutti i dispositivi. Anche un’installazione veloce si traduce in una migliore efficienza per l’azienda.

In conclusione, con G-POWER di AUTOMA abbiamo un prodotto che ha una migliore regolazione e stabilità nel suo funzionamento, il che è sicuramente dovuto anche al fatto che ha un un’elettronica molto nuova. Chiaramente, essendo un prodotto nuovo, le sue potenzialità sono ancora tutte da esplorare. Ma per il momento possiamo dire che, oltre a una semplicità di installazione non indifferente, offre anche un grande vantaggio nella possibilità di regolare sul potenziale Eoff locale.

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